Le lacrime che scorrevano sul volto di Lionel Messi Cuccittini non erano certo quelle che i tanti tifosi della Pulga Atomica si aspettavano di vedere al triplice fischio della terza finale mondiale della sua carriera. Al contrario di quanto successo nel corso di questo rocambolesco torneo, l’ultimo della sua vita da calciatore professionista, non erano lacrime di gioia dopo l’ennesima rimonta strappalacrime. Erano lacrime dovute alla consapevolezza di aver perso l’ultima occasione di rendere la sua esperienza con la camiseta albiceleste ancora più leggendaria.
Leo Messi ha detto addio alla Selecciòn nel modo peggiore, con una finale persa male, mai in partita, contro una nazionale nettamente superiore. Un finale lontano anni luce da quello, molto hollywoodiano, che probabilmente speravano di vivere non solo i tifosi dell’Argentina ma gli organizzatori e la stessa Fifa. La tentazione di rileggere in chiaroscuro la sua esperienza con la nazionale è tanta ma sarebbe opportuno evitarla. Un brutto finale come questo non rende la carriera del talento di Rosario meno straordinaria e meno degna di essere celebrata dagli amanti del calcio.
Con la Spagna una missione impossibile
Nessuno ha mai dubitato del fatto che la partita del MetLife Stadium sarebbe stata l’ultima della Pulga con la maglia dell’Argentina. I suoi stessi compagni di squadra lo cantavano a squarciagola dopo ogni vittoria: “Por Malvinas, por el Diego, por la última de Leo”, una canzone diventata un simbolo dopo la vittoria in rimonta contro l’Egitto. Alla vigilia, Messi aveva ringraziato tutti i tifosi, i compagni di squadra non solo per i titoli ma per un cammino del quale va orgoglioso, anche con le tante delusioni. La finalissima non è certo andata come si sarebbe aspettato il giocatore più atteso da tutti: pochissimi palloni giocabili, sempre lontano dal punto focale dell’azione ma costantemente guardato a vista dalla difesa spagnola. Un tecnico esperto come Luis de la Fuente non avrebbe mai ripetuto l’errore madornale di Thomas Tuchel: l’unico modo di evitare che Messi faccia robe da Messi è fare in modo che non riceva mai palloni buoni. Il piano tattico del ct spagnolo ha funzionato a perfezione: complicando enormemente la costruzione dal basso della Scaloneta, ha impedito al dieci di inventare passaggi e far giocare una squadra che gli era stata costruita addosso. Con l’Argentina barricata in difesa, Messi era sempre fuori posizione, incapace non solo di spostarsi nella sua zona preferita ma di giocare qualsiasi pallone.
Senza la classe del rosarino, il giro palla argentino è diventato troppo facile da anticipare per una difesa rocciosa come quella delle Furie Rosse, che nel corso del mondiale ha preso un solo gol dall’atalantino Charles de Ketelaere. La stupidaggine di Enzo Fernandez, che se la batte con quella di Bastoni a Zenica, ha reso la situazione ancora più disperata. Nei supplementari Messi si è ritrovato a giocare da solo, rincorrere ogni passaggio sbilenco e non trovare nessuno in grado di dargli una mano nelle maglie strette della difesa iberica. Nonostante la stanchezza ed i 39 anni suonati, il capitano ha suonato la carica negli ultimi minuti, creando entrambe le palle gol che avrebbero potuto segnare l’ennesima rimonta strappalacrime. In campo, però, non c’erano né Julian Alvarez né Lautaro Martinez, ignorato per l’ennesima volta da Scaloni. Da solo, neanche un fuoriclasse come Lionel Messi da Rosario può fare miracoli. Troppo esperta, troppo organizzata, troppo precisa quella Spagna che gioca insieme da una vita ed ha una panchina capace in ogni momento di dare la svolta alla partita. Leo non si è mai arreso, ha dato ancora una volta tutto ma la rete di Ferran Torres, panchinaro di lusso che sarebbe titolare in qualsiasi altra nazionale che non si chiami Spagna, è stata una montagna troppo grande da scalare.
La storia darà ragione a Messi
Le lacrime dopo il triplice fischio fanno onore ad un giocatore che, ad un’età nella quale quasi tutti sono pronti per appendere gli scarpini al chiodo, si è caricato la nazionale campione del mondo sulle spalle con il sogno di ripetere la doppietta mondiale riuscita solo all’Italia di Pozzo e al Brasile stellare di Didì, Vavà, Garrincha e Pelé. La cosa che, forse, angustia di più Lionel Messi è il fatto che conquistare la quarta stella per l’Argentina gli avrebbe consentito di battere finalmente l’altro talento trascendentale che lo perseguita da quando vestì per la prima volta la maglia della nazionale. L’ombra di quell’altro che vestiva la maglia con il dieci di cuoio bianco, nato a Lanús, è sempre stata un’ossessione per Messi. Vincere il secondo mondiale avrebbe, forse, posto fine alla domanda che ha sentito da sempre: chi è più grande, lui o Diego Armando Maradona? L’enfasi del momento, l’enorme delusione di un popolo che, dopo così tante vittorie sofferte, credeva fermamente nel trionfo contro ogni pronostico, rischia di cancellare d’un colpo la straordinaria carriera di Messi. Da quando debuttò con la nazionale maggiore, nel lontano 2005 contro l’Ungheria ad oggi, Leo è stato il cuore e l’anima della nazionale argentina per oltre 20 anni. Oltre ad aver giocato ben sei mondiali, Messi è riuscito nell’impresa mai semplice di far cambiare idea ad un popolo intero.
I tifosi più appassionati della nazionale non gli avevano, in fondo, mai perdonato il peccato originale, aver lasciato giovanissimo l’Argentina, senza far vedere il suo talento in alcuna squadra locale. Prima del trionfo a Doha, la storia di Messi con la nazionale era stata segnata da ben quattro finali perse. Dopo l’atroce delusione della Copa America del 2007 arrivò il gol di Mario Gotze al Maracanà nel 2014 e le due finali contro il Cile ad un solo anno di distanza, con critiche talmente feroci da fargli abbandonare la nazionale. Il ritorno a furor di popolo, la “vendetta” contro il Brasile nel 2021 e l’apoteosi del mondiale in Qatar, il primo dopo l’addio di Maradona, sono stati sufficienti a rendere Messi un vero e proprio idolo anche in patria. A parte le 125 reti segnate con la nazionale che lo rendono il goleador più prolifico della storia del calcio argentino, Leo è il primo giocatore di sempre a giocare da titolare tre finali della Coppa del Mondo. L’unico ad esserci andato vicino è l’ex di Roma e Milan Cafù, che giocò tre finali consecutive nel 1994, 1998 e 2002 ma non era titolare nella sfida del Rose Bowl di Pasadena contro l’Italia di Sacchi. Sabato, sul suo profilo Instagram, Messi aveva detto che “qualunque cosa succeda domani, questo gruppo ha scritto una storia che nessuno dimenticherà o potrà cancellare”. Lionel Messi Cuccittini si è già conquistato da un pezzo un posto nel pantheon del calcio: le delusioni passano, i grandi campioni rimangono. Per sempre.

