Fa una cosa mai vista al Roland Garros e sbatte fuori il numero 1

Scritto il 29/05/2026
da Paolo Lazzari

Parigi, giugno 1989. Michael Chang ha diciassette anni, i crampi alle gambe e nessuna paura. Ivan Lendl è il padrone del tennis mondiale. Poi arriva un servizio da sotto, e il mondo si capovolge

Il cielo sopra la Porte d'Auteuil è di un grigio perla che sembra sul punto di precipitare addosso alla gente una storia imminente. La terra rossa del Philippe Chatrier è già quella di metà torneo: incrostata, striata dai colpi, più scura agli angoli dove l'umidità del mattino non ha ancora mollato la presa. Lascia segni ovunque: sulle scarpe, sulle calze, sugli avambracci quando ci si protende nel tentativo di recuperare una pallina impossibile. Si fa spazio tra i vestiti, nei capelli, persino sulle labbra. È argilla viva, da respirare. Parigi e il mondo, nel giugno 1989, stanno per assistere lì, al Roland Garros, a qualcosa di mai visto prima.

Da un lato della rete c'è Ivan Lendl. Trentanove anni, spalle da muratore, occhi chiari che non tradiscono mai un'emozione. È il numero uno del mondo. Di più, è il re di Francia: ha già vinto qui, ha già demolito McEnroe nella finale epica del 1984, ha già piegato Pernfors nel 1986, ha già incoronato se stesso sulla terra più nobile del circuito. Quando Lendl si pianta sulla linea di fondo e inizia a costruire lo scambio, il tennis si tramuta in architettura: preciso, geometrico, inesorabile. Colpisce la pallina come se fosse un'equazione da risolvere, e la risolve sempre.

Dall'altra parte c'è Michael Chang. Diciassette anni, 173 centimetri, sangue taiwanese in un corpo americano, testa di serie numero 15 che quasi nessuno ha inserito nel novero dei possibili vincitori. Corre come un matto: questa è la prima cosa che si nota, la cosa che più disturba Lendl, che più disturba chiunque giochi contro di lui. Non si ferma mai. Insegue torcendosi ogni palla fino all'angolo più remoto del campo, si butta, si rialza, torna in posizione, riprende a correre. La maglietta è già zuppa dopo tre game, i capelli appiccicati alla fronte, le Nike rosse di terra fino alla caviglia.

Lendl domina. I primi due set li prende con il distacco imperiale di chi sa di essere superiore: 6-4, 6-4. Chang però resta in partita. Continua a correre, continua a rimandare di là dalla rete tutto quello che arriva, e poco a poco il grande ceco comincia ad avvertire qualcosa di sgradevole — la sensazione, sottile e perturbante, che non riesca a chiudere mai uno scambio definitivamente. Che quel ragazzino sia fatto di gomma. Che il punto vinto non serva a niente perché il successivo ricomincia daccapo, e Chang è lì, sempre lì, con quegli occhi immobili e quella corsa instancabile.

Questa meticolosa continuità consente a Chang di rimettersi in carreggiata. Recupera un set, poi - miracolosamente - un altro. Il conto si pareggia: 2-2. Lendl schiuma frustrazione. Dentro di lui qualcosa inizia a sgretolarsi. Sul 4-3 nel quinto set, Chang inizia ad accusare i crampi. Li sente arrivare dal polpaccio sinistro come una morsa che stringe e non molla. Al cambio campo, si siede, mangia una banana, cerca di stirare la gamba. Rientra sapendo di non riuscire a muoversi come prima, sapendo che il prossimo punto potrebbe essere l'ultimo giocato in modo accettabile. Rientra in campo, e decide di inventarsi qualcosa.

Sono tre le cose impossibili che accadono in sequenza. La prima: Chang si mette a battere da sotto. Non una variazione tattica elaborata, non un piano studiato: è un atto di pura sopravvivenza tennistica, una roba mai vista. Lancia la pallina a mezz'altezza e la colpisce con un gesto quasi infantile, da principiante, da park tennis della domenica. La palla passa bassa sul nastro e rimbalza lenta, traditrice, assolutamente fuori dal sistema cognitivo di Lendl, che è costruito per rispondere a traiettorie alte, a palline pesanti, al tennis adulto. Il numero uno del mondo si trova a fronteggiare un oggetto strano, una specie di scherzo. E sbaglia.

La seconda: al servizio di Lendl, Chang avanza. Si porta ben oltre la riga di fondo, quasi a metà campo, in una posizione da capogiro, da dilettante, da uno che non sa dove stare. È una provocazione, è una sfida, è una trappola psicologica costruita da un diciassettenne con i crampi alle gambe. Lendl la guarda, la capisce, troppo tardi. Tenta di aggiustare il servizio, di spingerlo verso un angolo difficile. Prima palla, fuori. Seconda palla, fuori. Doppio fallo.

La terza: il punteggio finale. Chang vince il quinto set 6-3 e sbatte fuori il numero uno del mondo. Lo fa in un modo che nessuno ha mai visto al Roland Garros, che nessuno aveva mai nemmeno immaginato di poter tentare. Il Centrale resta in silenzio per un secondo. Poi esplode.

Lendl raccoglie la sua borsa, stringe la racchetta, se ne va. Il volto è immobile come sempre. Ma qualcosa - in quel passo leggermente più pesante del solito, in quella schiena forse appena meno diritta - tradisce lo stupore di un sovrano che non ha ancora capito come è stato detronizzato.

Chang continuerà a correre. Batterà Agenor, Chesnokov in semifinale e poi Edberg in finale - in quattro set, quasi quattro ore - diventando il più giovane vincitore di sempre a Parigi. Diciassette anni e tre mesi. Un record che ancora oggi nessuno ha superato.