Missili e droni continuano a volare, ma l'accordo per la firma di un memorandum d'intesa capace di prorogare di 60 giorni la tregua e avviare una pace duratura tra Iran e Usa sembra a un passo. Ieri, mentre una testata iraniana s'abbatteva su una base americana in Kuwait e lo stretto di Hormuz era a un passo dallo scontro finale, Washington confermava l'imminente firma del memorandum. Ma cos'è cambiato rispetto a mercoledì quando gli iraniani anticipavano i contenuti di una bozza d'accordo e gli americani la liquidavano come una "totale falsità"?
L'evoluzione determinate, a dar retta alle cronache, si sarebbe materializzata nel "sancta sanctorum" del potere iraniano. Ovvero in quello spazio ristretto dove avviene la sintesi tra il pensiero di Mojtaba Khamenei (una Guida Suprema la cui sopravvivenza fisica o intellettuale resta un mistero), la volontà dei capi dei pasdaran e i negoziati condotti in tandem dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf. Ma la decisione finale, fanno capire gli americani, sarebbe frenata dal mancato via libera dello stesso Khamenei. Ovvero da persistenti divisioni. Uno stallo che ritarderebbe di conseguenza anche il sì di Donald Trump. In tutto ciò l'aspetto più rilevante sembrerebbe (il condizionale è d'obbligo) la disponibilità iraniana a concedere un'apertura "illimitata" (ovvero senza pedaggi) dello stretto di Hormuz e l'impegno a negoziare nei 60 giorni di tregua la consegna dell'uranio arricchito e la sospensione delle attività nel settore nucleare. I due argomenti rischiano d'innescare uno scontro intestino e mettere a dura prova un regime attraversato dalla storica contrapposizione tra il nucleo duro dei conservatori, allineati con i pasdaran, e i riformatori vicini al presidente Masoud Pezeshkian. Questi ultimi considerano l'accordo con l'America indispensabile per evitare il tracollo economico e tornare a incassare i proventi del petrolio.
Quasi a giustificare questa posizione Pezeshkian faceva sapere ieri di "non perseguire una diplomazia umiliante". Come dire "faccio il possibile per salvare il Paese". Per i pasdaran l'imperativo categorico resta non cedere all'America. E, così, sempre ieri i Guardiani della Rivoluzione rivendicavano "un controllo razionale con piena autorità" dello Stretto di Hormuz. Ovvero l'esatto contrario dell'apertura illimitata indispensabile per arrivare alla firma del memorandum d'intesa. Nelle stesse cruciali 24 ore un messaggio attribuito all'invisibile Khamenei invocava una sintesi tra queste posizioni. "Il piano cieco del nemico dopo la guerra imposta, la pressione economica e l'assedio mediatico e politico è - avrebbe scritto Khamenei o chi per lui - creare divisione e frammentazione sociale per compensare le sconfitte sul piano militare e piegare la nazione. È quindi necessario evitare di trasformare divergenze giustificate o ingiustificate in conflitto e divisione". Come dire restiamo uniti e salviamo il salvabile prima che gli Stati Uniti ci attacchino di nuovo. Quel messaggio, poco importa se uscito veramente dalla testa di Khamenei o dei suoi ventriloqui, avrebbe portato al compromesso con l'America. Un compromesso però altamente divisivo su cui manca ancora la firma formale indispensabile per sancire l'intesa. O la resa.

