Uno Bianca, Fabio Savi in tv: "Non ricordo tutti i volti delle vittime. Non scriverò una lettera ai familiari”

Scritto il 29/05/2026
da Angela Leucci

Fabio Savi, condannato all’ergastolo per i crimini della banda della Uno Bianca racconta in tv una versione diversa da quella resa nelle scorse settimane dal fratello Roberto

Dopo l’intervista rilasciata da Roberto Savi a Belve Crime, ora è il fratello Fabio Savi a parlare, all’indomani di una riapertura delle indagini che porterà la procura di Bologna ad ascoltare il primo dei fratelli che insieme a un terzo famigliare, Alberto Savi, e Marino Occhipinti furono condannati all’ergastolo per le rapine, le aggressioni, gli omicidi e i ferimenti che la banda della Uno Bianca portò a termine negli anni tra il 1987 e il 1994.

A differenza del fratello, Fabio Savi - ai microfoni di Quarto Grado, che va in onda stasera su Rete 4 alle 21.30 - prende le distanze rispetto al fratello, che aveva gettato ombre lunghe sulla possibilità che tutta la verità non sia ancora emersa, parlando di una connivenza con i servizi segreti: “Se ci fossero dei dubbi, ho scritto alla Procura della Repubblica chiedendo di essere sentito. Più che assicurare la massima disponibilità e trasparenza non posso fare. Tutto è già stato detto. L’importante è che loro vogliano veramente stabilire una verità e che sia quella. Dal momento che ancora insistono, dopo 32 anni, su livelli occulti, su viaggi di mio fratello a Roma… Come poteva stare tre giorni a Roma tutte le settimane quando ci sono i turni del servizio che non lo permettevano? Come poteva avere dei contatti? Sono stati analizzati tutti i tabulati telefonici fino a 10 anni prima e non è emerso nulla”.

Non ci sarebbe quindi nulla rispetto a quello che già si sa, la verità stabilita in tribunale, rispetto alla Banda della Uno Bianca, secondo Fabio Savi. Lui stesso ammette di aver iniziato a compiere rapine dopo aver ottenuto l’amministrazione controllata della sua azienda e quindi i conti congelati. Fabio Savi afferma inoltre di aver compreso solo in itinere che non si sarebbe trattato solo di alcune rapine a mano armata (“La violenza che cresce in noi, perché a un certo punto non è la rapina che porta, siamo noi che siamo più portati a sparare”) e che tra i tre fratelli ci fosse “un rapporto morboso, troppo stretto, non sano”.

Nei 103 “colpi” messi a segno dalla Uno Bianca, si registrarono l’omicidio di 24 persone e il ferimento di altre 115. A Fabio Savi è stato chiesto anche cosa pensa delle vittime: “Sono delle persone che non ci sono più. Mi tormentano perché non avrebbe dovuto essere così, pagano per sempre. Si è parlato tanto delle scuse, delle mancate scuse, ma io a queste persone non ho pestato un piede per chiedergli scusa. Sono almeno vent’anni che mi esortano a scrivere una lettera di scuse. Non l'ho mai fatto perché per una lettera ci impiegherei cinque minuti a scriverla. Avrebbe tutto il sapore di essere utilitaristico, strumentale. Quindi, mi sono affidato alle istituzioni e ho iniziato, prima, un percorso di giustizia riparativa; poi un percorso di mediazione penale. Hanno contattato dapprima persone vicine all’associazione…”.

Ha inoltre aggiunto di ricordare in gran parte i loro volti: “Non tutti perché di tanti non ne so nulla, ma sì”. E ai parenti di chi ha perso la vita a causa della banda della Uno Bianca lancia un messaggio, quando gli viene chiesto cosa pensi dei famigliari delle vittime: “C’è stato un netto rifiuto da parte loro. Hanno tutta la ragione del mondo, li capisco. Al posto loro probabilmente mi comporterei nello stesso modo. Però ritengo che se ci fosse stato un confronto sarebbe stato utile sia a me che a loro. Posso solo cercare di essere migliore, cercare di lasciare una porta aperta nel caso volessero… Senza tormentarli, senza essere invadente. Se loro vogliono, io sono qua”.